La flessibilità è un concetto moderno? La flessibilità è un concetto moderno?

E’ importante evidenziare come l’ insicurezza diffusa stia connotando la società occidentale.

Da qui emerge la necessità di un cambiamento nel concepire il progetto della Casa, al fine di ottenere dei livelli di adattabilità e flessibilità maggiori.

Di fondamentale importanza è conoscere l’ applicazione dei modelli messi a punto nel periodo che va dalla fine della prima guerra mondiale fino agli anni ’50, utilizzati specialmente per soddisfare la domanda di nuove abitazioni che, dopo le distruzioni belliche, consisteva in alloggi per la classe operaia.

La questione della residenza nella sua dimensione cellulare fu affrontata per la prima volta nel secondo CIAM (Congresso Internazionale di Architettura Moderna svoltasi a Francoforte nel 1929), dal titolo “Die Wohnung fur das Existenzminimum”.

L’ abbattimento dei costi era il fine della ricerca, ma ugualmente importante era cercare di sviluppare i sistemi residenziali in modo tale che fosse garantita l’ accessibilità all’ affitto per le fasce di reddito più basse. L’obiettivo fu ottenuto: alla riduzione delle dimensioni dell’ alloggio seguiva la sua massima efficienza, infatti veniva costruito con dei processi edilizi razionalizzati. La medesima funzionalità con un minore spazio era assicurata grazie alla flessibilità. In Germania questo concetto passava attraverso la standardizzazione delle dimensioni della residenza, la configurazione delle partizioni e l’ arredamento; al contrario gli architetti olandesi avevano focalizzato la loro attenzione su come gli abitanti utilizzassero la casa.

 

Le Corbusier utilizzò come riferimenti ideali per la progettazione della residenza il monastero o la casa comune; si presupponeva, infatti, una collettività composta da individui che in un qualche modo condividessero gli stessi valori e avessero le stesse aspettative. Molte realizzazioni del maestro richiamavano i valori della flessibilità. Nel progetto della Maison Loucheur, lo spazio centrale diurno assumeva una funzione diversa durante la notte: l’ alloggio di 46 mq veniva trasformato tramite l’ arredamento movibile e ripiegabile, nonché con muri scorrevoli, in modo che potesse raggiungere, teoricamente, le prestazioni di uno da 71 mq.

Maison_Loucheur_1929

 

Rietveld nella Schroder House a Utrecht ottenne la flessibilità progettandola in stretto legame col cliente, pensando un complesso sistema di scorrevoli attorno al nucleo centrale, che generava una chiusura per poi dissolverla.

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Taut, insieme a Martin Wagner, adottò delle soluzioni flessibili  per l’ Hufeisensiedlung, il complesso di 1072 residenze, realizzato a Berlino tra il 1924 e il 1931, organizzato per blocchi di appartamenti di 3 piani ciascuno (600 unità) e per schiere di case (472 unità). La parte centrale dell’ abitato era formato da unità di due appartamenti a piano per corpo scala, ognuno con tre camere e mezzo, una cucina, un bagno, a cui si univa una veranda. Per ottenere diversi modi di occupazione, tutte le camere avevano dimensione simile, non erano funzionalmente caratterizzate ed erano accessibili da un corridoio centrale, pertanto gli utenti potevano scegliere quale fosse la zona notte e quale il soggiorno.

Hufeisensiedlung copia

 

Mies Van der Rohe nelle case al Weissenhof di Stoccarda portò tutto all’ estremo: i muri divisori tra gli appartamenti e quelli del corpo scala, assieme a 3 pilastri centrali erano gli unici vincoli per la flessibilità spaziale delle due unità, una di 45 mq, l’altra 72 mq. Le partizioni leggere andavano a formare un’organizzazione diversa ad ogni piano, con posizioni e numero di ambienti diversi.

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L’ambizione di tutti questi tentativi era quella di raggiungere dei modelli che potessero essere replicati dall’ industria di massa.

 

Ma precursori del concetto di flessibilità furono le architetture giapponesi, a cui guardavano i maestri del movimento moderno: il 1854 segna l’inizio dell’apertura del Giappone, nazione che dal XVII secolo aveva chiuso le  porte all’ Occidente.

 

La casa tradizionale giapponese era costruita su un’ intelaiatura di pali e travi di legno su cui si inserivano le pareti esterne, costituite da pannelli scorrevoli in legno e carta di riso che permettevano di areare e ventilare i locali. Lo spazio interno era organizzato in modo semplice e con ampia flessibilità grazie all’ utilizzo di pannelli e pareti scorrevoli che permettevano di trasformarlo in base alle esigenze e alle ore del giorno. Alla sera i materassi futon e le trapunte venivano srotolati per prepare il letto e al mattino venivano riposti in appositi armadi, per preparare lo spazio alla vita del giorno, ai pasti, al lavoro, al gioco, al ricevimento ed intrattenimento.

Nelle case giapponesi ogni dimensione era in relazione al modulo del tatami (le stuoie di dimensioni normalizzate che coprono il pavimento), 90 x 180 cm, dimensioni che venivano considerate adeguate al riposo di una persona giapponese: ad esempio l’altezza di una fusuma (porta scorrevole in carta) è di 180 cm, mentre la larghezza di un pilastro strutturale era generalmente un decimo o un quinto di 90 centimetri.
A differenza dell’architettura Occidentale, l’ architettura tradizionale giapponese aveva come obiettivo la durabilità della concezione del costruire: i materiali che venivano usati erano perlopiù naturali come il legno, la paglia e la carta, che non resistevano a lungo nel tempo, per questo motivo era importante che l’ uomo si adattasse allo spazio che lo circondava, dedicandosi alla sua cura e al suo mantenimento, per garantire, giorno dopo giorno, una temporaneità maggiore all’ edificio. Il concetto principale era basato su un costante rapporto tra edificio e uomo affinché i due fossero sinergici l’ uno con l’ altro e quindi vivessero insieme.

 

La visione orientale si basava sulle teorie del filosofo Lao Tzu che scrisse regole di costruzione e teorie di stile di vita delle persone: la sua concezione era che tutto quanto è natura, anche l’architettura.

L’ architettura è vista come se fosse la pelle del corpo umano e deve essere leggera e flessibile per adattarsi nei migliori dei modi al resto del corpo.

Una concezione molto più fragile, mutevole e flessibile.

 

A&D

 

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